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Il capobanda Giuseppe
Schiavone (il secondo da sx nella fotografia in alto) fotografato
nel carcere di Melfi, subito dopo il suo arresto, e "in posa"
nella fotografia in basso.
Assieme a lui ci sono anche quattro briganti della sua banda: Giuseppe
Petrella di Deliceto (è il terzo da sx), Pietro Capuano e Rocco Marcello
di Anzano di Puglia, e Vito Rendina di Sant'Agata di Puglia. Schiavone
era originario di Sant'Agata ma iniziò a far parte della banda beneventana
di Michele Caruso, per poi passare a far parte della più numerosa banda
Crocco. con cui partecipò a varie scorribande: il massacro di 20 militi
della Guardia Nazionale presso Orsara di Puglia, e l'uccisione di 17
soldati presso Francavilli sul Sinni. Segue dovunque Crocco (in Irpinia,
Capitanata, Vulture-Melfese, Terra di Bari) e rimane con lui fino al
26 luglio 1864 quando vengono scovati nel bosco di Leonessa di Melfi
dai numerosi drappelli di bersaglieri e cavalleggeri, guidati dal pentito
Caruso. Schiavone riesce a fuggire, trovando rifugio a Bisaccia, nella
casa di alcuni notabili filoborbonici. a tradire Schiavone è la sua
amante, Rosa Giuliani, la quale confida alle autorità che nella notte
tra il 26 ed il 27 novembre Schiavone con altri quattro briganti si
sarebbe recato nella masseria di Posta Vassalli, in territorio di Melfi.
La masseria viene circondata e Schiavone edi i suoi compagni sono costretti
alla resa. Tradotti nel carcere di Melfi vengono giudicati da un Tribunale
Militare Straordinario, convocato immediatamente, in base all'articolo
7 della legge sul Brigantaggio del 15 agosto 1863, dal Luogotenente
Peyssard, comandante della Zona Militare di Melfi e Bovino.
Il 28 novembre i cinque briganti catturati vengono condannati a morte
tramite fucilazione, per essere stati riconosciuti colpevoli del reato
di "brigantaggio facendo resistenza con le armi alla mano".
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